Facciamo fatica a considerare il silenzio come un livello comunicativo verbale, poiché manca la parola. Il silenzio non può essere definito nemmeno para-verbale, perché non ha una né tono, né ritmo, né velocità. Il silenzio sembra non esistere, perché è immateriale. Non può neanche essere definito non verbale, poiché non ha gestualità, postura, respirazione, movimento oculare, etc.…

Eppure, il silenzio è una delle forme di comunicazione più potenti che ci sono!

Il silenzio è comunicazione, dal momento che può mettere barriere tra le persone oppure facilitarne le relazioni. Il silenzio comunica sempre qualcosa e può essere utilizzato in diversi modi per esprimere diverse emozioni, ad esempio possiamo stare in silenzio per rilassarci, oppure semplicemente perché non siamo capaci di rispondere a qualche domanda. Il silenzio, a volte, può anche essere utilizzato come arma, ad esempio proponiamo il silenzio quando siamo arrabbiati con qualcuno, cioè, stiamo comunicando che siamo arrabbiati senza dirlo!

Ma che ruolo ha e dove appare il silenzio nel coaching e quanto è importante?

La sessione di coaching è un tempo e uno spazio molto particolare, dove due persone, coach e coachee si incontrano e si relazionano. Ma il tempo della sessione non inizia e finisce con l’arrivo e l’uscita del cliente. Infatti, il coach, per portare avanti una sessione efficace deve “prepararsi”, essere presente a sé stesso e quindi deve necessariamente curare il proprio stato d’animo prima e dopo la sessione; se il coach per primo è agitato o turbato non riuscirà a concentrarsi sul proprio cliente e quindi affrontare la sessione con efficacia. A riguardo ci sono alcune tecniche che il coach può utilizzare per aiutarsi, una di queste è proprio creare il silenzio, che serve per centrarsi, ascoltarsi e fare un “vuoto interiore” per essere pronti ad accogliere ciò che porterà il cliente, senza interferenze e senza giudizio. Questa pratica rafforza sia la “presenza del coach” che “l’ascolto attivo”: l’ascolto attivo si basa sulla creazione di un rapporto caratterizzato da un clima di empatia e di non giudizio. Anche la meditazione è un’altra tecnica che sortisce più o meno lo stesso effetto benefico.

La prima cosa che deve fare un bravo coach è ascoltare e non si può ascoltare senza fare silenzio oppure volendo dire la nostra prima che l’altro finisca il suo discorso. Rimanere in ascolto attivo è la prima difficoltà che incontra il coach nella sessione di coaching, ma è una qualità imprescindibile per far bene questo mestiere.

Nel coaching esiste anche un altro tipo di silenzio, forse ancora più importante di quello che il coach prende per sé stesso: il silenzio del cliente. Il coach deve saper interpretare il silenzio del cliente. Probabilmente se dopo una mia domanda, la risposta che ricevo è il silenzio, molto probabilmente la domanda era quella giusta. Il silenzio mi dà già la risposta che volevo, mi “parla”.

La parte che amo di più è proprio osservare i momenti di silenzio del mio cliente, osservare come stia riflettendo e andando alla ricerca delle sue risposte, con la mente, tra i ricordi, nelle sue risorse. Il coach deve sfruttare quel silenzio per notare il para-verbale e il non verbale del suo coachee: i movimenti degli occhi, la posizione della testa, come tiene le mani, la postura, che sono indicatori molto importanti di cosa ci sta portando il nostro coachee. Il silenzio del cliente è un momento sacro che va rispettato, perché in quel momento il cliente si sta guardando, sta scoprendo delle parti di sé che, se siamo fortunati, ci rivelerà e rivelerà prima di tutto a sé stesso.

Il silenzio è importante perché il coachee deve percepire il fatto che è il protagonista della scenaNel silenzio il coachee acquisisce consapevolezza e quindi diventa protagonista. Quello spazio e quel tempo è tutto a sua disposizione. Il silenzio genera, quindi, uno spazio per l’accoglienza.

Il silenzio quindi come propedeutico al buon svolgimento della sessione per il coach, come strumento di ascolto del cliente, come strumento per portare il cliente ad ascoltare sé stesso, la parte più importante. Ritengo, infatti, che ognuno abbia già dentro di sé le risposte che sta cercando. Spesso evitiamo il silenzio per non vedere e affrontare i problemi che abbiamo o perché stare con noi stessi ci crea un certo disagio. Io, invece, invito sempre a cercare le risposte nel silenzio.

IL SILENZIO FA EMERGERE IL POTENZIALE

“E’ il vuoto creato dal silenzio del Coach che, nella relazione maieutica, lascerà spazio all’espressione del potenziale del Coachee” (F. Rossi).

 

Il silenzio potrebbe portare al coachee una profonda consapevolezza e le idee ed espressioni che seguono al silenzio sono di vitale importanza, perché sono frutto della profonda presa di coscienza del cliente. Possono emergere potenzialità e risorse sconosciute.

L’importante è essere presenti a noi stessi nel silenzio e a quello che ci sta succedendo all’interno.

Molti hanno la paura del silenzio, ma se invece che un nemico fosse un alleato che vuole svelarci parti di noi degne di essere conosciute?

Scegliamo quindi il momento giusto, rispettiamo i silenzi e ascoltiamo i nostri desideri.

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